Il prezzo del rame può salire perché aumenta la domanda delle imprese. Può salire anche perché una miniera interrompe la produzione.

Sul grafico vedi una linea che va verso l’alto. Le cause, però, sono diverse: nel primo caso cresce il bisogno di materiale; nel secondo, chi ne ha bisogno deve fare i conti con un’offerta più limitata.

La distinzione diventa ancora più evidente quando entra in gioco una guerra. Il petrolio può rincarare perché un conflitto mette a rischio le forniture e i trasporti, proprio mentre il costo dell’energia pesa su imprese e famiglie.

Per questo, quando una materia prima si muove bruscamente, partirei da una domanda precedente a qualsiasi acquisto o vendita: quale cambiamento determina questa variazione del prezzo?

Per rispondere bisogna guardare alla domanda, all’offerta e alle aspettative. E bisogna ricordare che rame, litio, petrolio e oro rispondono a bisogni diversi.

La domanda: chi sta comprando, e per fare che cosa?

Quando il prezzo di una materia prima sale, voglio capire chi la sta comprando, per quale uso e quanto può durare quella domanda.

Prendiamo il rame. È impiegato nelle reti elettriche e in molte tecnologie legate all’elettricità e all’elettronica. Se un’impresa riceve più ordini per cavi e componenti elettrici, può avere bisogno di acquistare più rame per produrli.

Un aumento del prezzo, però, ha effetti diversi sulle imprese coinvolte. Immagina un produttore di cavi: se gli ordini crescono e riesce ad adeguare i prezzi di vendita, può assorbire almeno parte del maggior costo del rame. Se invece i contratti a valle sono a prezzo fisso, il rincaro può comprimere il suo margine.

Conta anche la ragione per cui si compra. Un’impresa può ordinare più materiale perché prevede di usarne di più, oppure perché teme ritardi nelle consegne e vuole aumentare le scorte. Nel secondo caso anticipa acquisti che avrebbe potuto fare più avanti.

La direzione del prezzo, da sola, non ci dice quale di questi bisogni prevalga. Per capirlo dobbiamo guardare a ciò che stanno facendo le imprese e ai motivi delle loro scelte.

L’offerta: quanto materiale arriva davvero sul mercato?

Le materie prime devono essere estratte, lavorate e trasportate. Tra l’esistenza di un giacimento e la consegna del materiale a un’impresa ci sono investimenti, impianti e tempi che il grafico del prezzo non mostra.

Pensa al litio utilizzato nelle batterie. Per aumentare l’offerta servono capacità di estrazione e lavorazione; dall’altra parte conta quante batterie vengono richieste.

Immagina che un produttore di batterie debba ricevere materiale entro una certa data. Sapere che esistono risorse altrove gli serve a poco se quel litio non può essere lavorato e consegnato in tempo. La disponibilità conta nel luogo, nel momento e nella forma richiesti.

Vale anche il ragionamento sugli investimenti: ampliare una miniera o un impianto richiede capitale oggi, mentre i ricavi dipendono dalla domanda e dai prezzi futuri. Chi investe deve valutare quanto potrebbe durare la scarsità e quanta nuova offerta arriverà sul mercato.

Le aspettative: il prezzo guarda anche avanti

Gli operatori prendono decisioni sulla base di ciò che pensano possa accadere. Le aspettative possono influenzare tanto i prezzi quanto la scelta delle imprese di accumulare scorte, come mostra l’analisi EIA sul mercato petrolifero.

Per capire il meccanismo, immaginiamo che gli operatori temano una lunga chiusura di una miniera di rame. Se la chiusura viene confermata, ma si prevede che durerà molto meno del temuto, il prezzo potrebbe scendere: rispetto alle aspettative precedenti, la prospettiva per le forniture è migliorata.

Per chi investe, la domanda diventa quindi anche: quanto di questa informazione è già stato considerato dal mercato? Bisogna considerare quindi che il prezzo riflette già le attese degli operatori.

Le aspettative possono anche essere sbagliate o smentite dai fatti. Per sostenere che il mercato stia valutando male una situazione, però, serve un ragionamento sulle ipotesi già riflesse nel prezzo e su ciò che potrebbe cambiarle.

Petrolio e guerra: quando il rialzo nasce dal rischio per le forniture

La guerra è una causa che non possiamo lasciare fuori quando parliamo di energia. Un conflitto può colpire impianti e infrastrutture, ostacolare i trasporti o far temere che una parte delle forniture non arrivi più sul mercato. Anche sanzioni e cambiamenti nelle rotte commerciali possono modificare la disponibilità per i diversi compratori.

La guerra con l’Iran e le difficoltà di transito nello Stretto di Hormuz mostrano quanto conti la possibilità di trasportare il petrolio fino ai compratori. Lo stretto collega il Golfo Persico al mare aperto ed è una via fondamentale anche per il gas naturale liquefatto e altre importanti materie prime come l’elio. Se le navi non riescono a passare in sicurezza, il problema riguarda le esportazioni di più Paesi della regione, non soltanto quelle iraniane.

Per leggere il movimento bisogna distinguere le interruzioni effettive da quelle temute, osservare le scorte e capire quanta capacità di risposta abbiano altri produttori. Bisogna anche chiedersi quali sviluppi del conflitto siano già attesi dagli operatori.

L’oro: perché gli investitori lo comprano?

Per il rame e il litio ci siamo chiesti chi li compra e per quale utilizzo: un’impresa, per esempio, può averne bisogno per produrre cavi o batterie. Anche l’oro ha impieghi industriali, ma viene acquistato dagli investitori per ragioni diverse. Dobbiamo quindi chiederci perché scelgono di detenerlo.

Una ragione è la ricerca di protezione. Alcuni investitori considerano l’oro una riserva di valore perché è un bene reale, disponibile in quantità limitata, e non dipende dalla capacità di un’impresa o di uno Stato di ripagare un debito. Quando temono che l’inflazione eroda il potere d’acquisto della moneta o sono preoccupati per una crisi finanziaria, possono scegliere di detenere una parte del patrimonio in oro. Il suo prezzo, nel frattempo, può oscillare anche molto.

Chi compra oro rinuncia però agli interessi che potrebbe ricevere da un’obbligazione. Per confrontare le alternative conta anche il rendimento reale, cioè il rendimento dopo aver considerato l’inflazione. Per esempio, se un bond offre il 4% annuo e l’inflazione attesa è del 2%, il rendimento reale atteso è circa il 2%.

Se i bond offrono rendimenti reali più elevati, rinunciare a quegli interessi per detenere oro diventa più costoso. Se invece i rendimenti reali scendono, la rinuncia pesa meno e l’oro può diventare più interessante per chi cerca protezione. Sul suo prezzo incidono anche altre ragioni di acquisto, comprese le aspettative degli investitori.

E storicamente quanto ha reso l’oro? Secondo il World Gold Council, dal 1971 al 2023 il suo prezzo in dollari è cresciuto in media dell’8% annuo composto, mentre l’inflazione statunitense è stata in media del 4% annuo. Correggendo questi valori per l’inflazione, il rendimento reale è stato di circa il 3,8% annuo.

Un rialzo dell’oro può quindi essere un indizio da esaminare insieme ad altre informazioni: per interpretarlo dobbiamo capire quali timori e quali aspettative stanno influenzando gli acquisti.

Capire il mondo non obbliga a fare un’operazione

A questo punto arriva un’obiezione ragionevole: se le cause sono molte e le aspettative possono cambiare, a che cosa serve tutta questa analisi?

Serve anzitutto a non costruire decisioni su un’associazione sbagliata. Un rincaro provocato dalla scarsità non dimostra che i clienti delle imprese stiano diventando più ricchi. Un ribasso legato a una maggiore disponibilità non dimostra che l’economia stia entrando in crisi.

Serve poi a capire dove cercare gli effetti. Per un’azienda che acquista una materia prima contano il peso di quella spesa, i contratti, la capacità di adeguare i prezzi e le alternative produttive. Per un produttore contano anche i costi necessari a sostenere o ampliare l’offerta. Il costo della materia prima è un pezzo del conto economico, non tutto il conto economico, bisogna aggiungere trasporto e altri oneri che possono essere anche importanti.

Questo è coerente con un principio che considero centrale nel metodo d’investimento: osservare frequentemente non significa dover operare frequentemente. Un cambiamento merita attenzione quando modifica in modo sostanziale il ragionamento su cui poggia una scelta, non soltanto quando occupa spazio nelle notizie.

La prossima volta che una materia prima si muove con forza, prova a scrivere una breve spiegazione prima di cercare uno strumento con cui investirci. Chi la domanda? Che cosa sta accadendo all’offerta? Una guerra o un’altra interruzione minacciano le forniture? Che cosa sembra essere cambiato nelle aspettative? Poi aggiungi un fatto che, se emergesse, ti farebbe rivedere quella spiegazione.

Quest’ultimo passaggio è importante: ti impedisce di trasformare un’ipotesi in una convinzione errata.

Puoi arrivare alla conclusione che manchino informazioni, oppure che il fenomeno sia interessante ma non richieda alcuna modifica ai tuoi investimenti. È comunque un risultato utile.

Prima di chiederti che cosa fare con il prezzo, cerca di capire che cosa sta cambiando dietro quel prezzo. È lì che comincia l’analisi. La decisione viene dopo, e qualche volta può anche non servire.