Come consulente finanziario indipendente e fondatore di una SCF, mi trovo spesso a valutare, per conto dei miei clienti con patrimoni più consistenti, investimenti effettuati nel mercato del credito privato.
In questo lavoro mi sono reso conto di quanto facilmente un investimento dal valore apparentemente stabile venga considerato anche sicuro. È una conclusione tutt’altro che scontata. La scarsità di dati, il ritardo con cui arrivano le informazioni o i conflitti di interesse di chi effettua le valutazioni possono contribuire a mantenere elevato il valore riportato nel rendiconto, anche quando l’impresa finanziata si sta avvicinando a difficoltà serie, fino al rischio di insolvenza.
Ho deciso di dedicare qualche riflessione al tema, partendo da ciò che incontro nella mia attività. Spero possa essere utile a chi possiede questi investimenti o sta valutando una proposta e vuole capire meglio che cosa ci sia dietro la regolarità dei risultati.
Il rischio può cambiare anche se non si vede
Oppure il rischio può essere più elevato proprio perché è difficile da rilevare.
Esiste un’abitudine molto diffusa: considerare rassicurante ciò che oscilla poco. Se un prezzo scende, ti preoccupi. Se resta fermo, tendi a pensare che tutto proceda bene.
Nel credito privato, semplificando, un fondo o un altro finanziatore concede prestiti a imprese attraverso accordi negoziati direttamente, fuori dai normali mercati obbligazionari pubblici. Dietro ci sono attività reali: impianti, dipendenti, clienti, debiti da pagare.
Questa forma di finanziamento può avere una funzione utile. Un’impresa può trovare un interlocutore disposto a studiare una situazione specifica e a costruire un contratto adatto alle sue esigenze. Il capitale può accompagnare progetti che richiedono tempo.
Il punto delicato arriva quando passi dalla funzione economica alla rappresentazione dell’investimento.
Un’obbligazione scambiata su un mercato offre prezzi osservabili, pur con differenze importanti di liquidità. Un prestito negoziato privatamente può non avere scambi sufficienti a fornire lo stesso confronto. Il suo valore deve allora essere stimato, usando informazioni sul debitore, condizioni contrattuali, confronti e ipotesi.
La revisione della FCA sulle valutazioni nei mercati privati, pubblicata nel marzo 2025, parte proprio da questo problema: l’assenza di scambi frequenti richiede giudizio e rende importanti competenze, indipendenza e gestione dei conflitti.
Immagina un’impresa industriale che perde un cliente importante. Il prestito rimane formalmente lo stesso, ma la capacità futura di pagarlo può essere peggiorata. Quanto? Dipende dal peso di quel cliente, dai margini, dalle riserve e dalla possibilità di sostituirlo.
Una valutazione aggiornata può incorporare queste informazioni. Una valutazione ancora basata sulle condizioni precedenti può recepirle più tardi. **Il ritardo dell’informazione è un problema reale.
La calma può avere due origini molto diverse
La mia posizione è questa: prima di apprezzare la regolarità di un investimento, voglio capire da dove arriva.
Può arrivare da debitori solidi, contratti ben costruiti, garanzie effettive e un finanziatore capace di intervenire quando qualcosa cambia. Oppure può dipendere, almeno in parte, da valutazioni che reagiscono in ritardo alle nuove condizioni.
Le due cose possono anche convivere. Per questo sarebbe superficiale liquidare tutto il credito privato come un artificio contabile. Ma sarebbe altrettanto superficiale confrontare due serie di rendimenti senza interrogarsi su come e quando sono state misurate le cose.
Pensa a due immobili simili.
Finché non avviene uno scambio, il valore che attribuiamo a un immobile resta una stima: può essere accurata e ben documentata, ma non dimostra quanto un compratore sia disposto a pagare e il proprietario ad accettare. Una compravendita rende osservabile un prezzo, nelle condizioni e nel momento in cui si conclude. Un riscontro che la perizia non può offrire. Per questo una stima rimasta stabile non basta a dimostrare che sia rimasta invariata anche la somma ricavabile dalla vendita.
Quindi abbiamo due immobili. Il primo viene periodicamente confrontato con offerte reali di acquisto. Il secondo conserva per mesi la stessa stima. Se nel frattempo il mercato peggiora, il secondo sembra abbia un valore invariato, quando non è detto che sia così.
Con i prestiti il problema è più complesso, ma la distinzione resta simile. La variabilità dei valori registrati contiene informazioni sull’investimento e sul processo con cui quei valori vengono aggiornati.
Anche il prezzo di mercato ha limiti. Può essere influenzato da paura, vendite urgenti o scambi scarsi. Una quotazione osservabile non è una verità perfetta. Tuttavia rende visibile una disponibilità a comprare o vendere che una stima, da sola, non dimostra.
Perciò trovo sbagliato trattare automaticamente ogni oscillazione come un difetto e ogni assenza di oscillazioni come un merito.
Chi decide il valore distribuisce anche conseguenze
La valutazione sembra una questione tecnica finché non ti chiedi chi ne subisce gli effetti.
Serve a rappresentare il patrimonio, può entrare nel calcolo dei compensi e, in alcune strutture, determina le condizioni economiche alle quali gli investitori entrano o chiedono il rimborso. Diventa quindi una questione di incentivi e di equità.
La FCA segnala proprio possibili conflitti legati a commissioni, raccolta di capitale e operazioni tra investitori. Richiama inoltre il rischio che valutazioni eccessivamente regolari oscurino il rischio effettivo.
Considera un esempio puramente illustrativo. Un fondo registra una quota a 100, ma le informazioni aggiornate giustificherebbero una valutazione di 90. Se un investitore viene rimborsato a 100, qualcuno ci rimetterà la differenza. Questo costo può ricadere su chi rimane.
Se invece un nuovo investitore entra a un valore troppo alto, può pagare più di quanto giustifichino gli attivi. Anche qui il problema non richiede una frode: può bastare una stima che non recepisce tempestivamente il cambiamento.
La pazienza deve venire remunerata un premio maggiore
L’obiezione più seria è che questi investimenti nascono proprio per lavorare su tempi lunghi. Perché sottoporli continuamente all’umore dei mercati?
È un’obiezione ragionevole. Un finanziatore che può aspettare dispone di una risorsa: può studiare una difficoltà, negoziare, evitare una vendita precipitosa e concedere tempo a un’impresa ancora economicamente valida.
Ma il tempo produce valore quando serve a realizzare qualcosa. Non basta allungare una scadenza per migliorare la capacità di rimborso.
Immagina due debitori. Il primo ha un ordine già acquisito, margini sostenibili e un ritardo temporaneo negli incassi. Il secondo perde clienti, consuma cassa e deve indebitarsi ancora per sostenere la gestione corrente. La latenza nella valutazione può avere conseguenze opposte nei due casi.
Un investitore disposto ad aspettare e ad accettare metodi di valutazioni che comportano latenze implicite maggiori si assume un rischio aggiuntivo: può accorgersi più tardi che la capacità di rimborso del debitore è peggiorata. Per questo dovrebbe esigere un rendimento atteso maggiore, capace di compensare sia il vincolo sul capitale sia la minore visibilità sul suo valore effettivo.
Il privilegio di entrare non sostituisce il diritto di capire
C’è infine un aspetto commerciale che mi interessa. Un investimento poco accessibile può sembrare desiderabile proprio perché riservato a pochi. L’accesso diventa parte della promessa: finalmente puoi investire come i grandi.
Ma un investitore istituzionale può avere analisti, capacità negoziale, accesso ai documenti e risorse per seguire un problema. Comprare una quota nello stesso settore non significa ottenere automaticamente gli stessi strumenti di controllo.
Immagina un investitore che destina un milione di euro al credito privato, pari al 5% del suo patrimonio. Può trovare economicamente sostenibile spendere alcune migliaia di euro per affidare a professionisti l’analisi dei contratti e il controllo dell’investimento. Per un piccolo investitore, gli stessi costi sono inaccessibili. L’accesso allo stesso investimento, quindi, non garantisce la stessa possibilità di comprenderlo e seguirlo nel tempo.
Di fronte a una proposta chiederei quindi tre cose, prima di farmi convincere dalla regolarità dei risultati: che cosa rende sostenibili i rimborsi dei debitori; come viene aggiornato il valore quando peggiorano le condizioni e che metriche vengono utilizzate; quali regole si applicano a chi entra, resta o vuole uscire.
Non cercherei risposte perfette. Cercherei risposte comprensibili, documentate e coerenti fra loro.
Non so se il credito privato sarà il prossimo punto di tensione dei mercati. Non serve saperlo per rifiutare un’equivalenza sbagliata: poche oscillazioni registrate uguale poco rischio.
La tranquillità utile nasce dalla comprensione di ciò che possiedi e delle condizioni che possono cambiarne il valore. Quella apparente nasce dal fatto che il numero non si muove.
Quando guardi un investimento che sembra non perdere mai, la domanda da cui partire è semplice: è rimasto stabile ciò che possiedo, oppure è rimasto stabile il modo in cui lo stiamo valutando?

